Una riflessione dell’artista luganese all’i2a di Vico Morcote, per un’identità non standardizzata

 
L’artista luganese Fabrizio Giannini è il protagonista del ciclo espositivo positions in space (posizioni nello spazio) in corso fino al 24 ottobre all’istituto internazionale di architettura (i2a) di Vico Morcote. Questo appuntamento, il quattordicesimo della serie, anima il dibattito che mette in relazione produzione architettonica e creazione artistica.
Esponente riconosciuto della scena artistica contemporanea a livello svizzero e internazionale, il percorso espositivo di Giannini, classe 1964, prende avvio alla fine degli anni Ottanta consolidandosi nel tempo attraverso la partecipazione a mostre sia in Svizzera (Fotomuseum di Winterthur, Centre PasquArt di Bienne, Museo Cantonale d’Arte di Lugano) che all’estero (Cité Internationale des Arts di Parigi, Photographic Center Nykyaika di Tampere, Finlandia). Nel 2001 gli è stato inoltre conferito il premio della Borsa Federale di Belle Arti.
Per questa mostra all’i2a, Fabrizio Giannini è intervenuto in relazione con lo spazio espositivo a disposizione, ideando un’opera d’arte appositamente concepita e che si confà al suo credo artistico: la riflessione dell’identità individuale nei confronti della società dei consumi nella quale viviamo.
La personale analisi di Giannini si sviluppa attorno alle pressioni che questo ambiente esercita sull’uomo a sua volta in balìa di una corsa sfrenata verso l’ottenimento di riconoscimento e accettazione da parte di una società che, parallelamente, evolve verso una standardizzazione dell’individuo con conseguente appiattimento dei valori.
La trasposizione visiva di questi concetti si concretizza all’i2a grazie ad un’installazione multipla attraverso fotografia, video e design, il cui denominatore comune è la patata.
Importata in Europa dal Sud America nel corso del Cinquecento e inizialmente considerata il “frutto del diavolo” (perché matura nella profondità della terra), la patata ha rivoluzionato la storia dell’uomo diventando, a partire dal 1700, fonte d’alimentazione principale di chi non aveva i mezzi per comprare il pane.
Se in passato il tubero veniva associato alla mensa delle classi più umili – in Irlanda i più poveri si cibavano esclusivamente di latte e patate – oggi è certamente collegato al cibo di consumo per eccellenza di una società globalizzata: basti pensare alle patatine fritte delle catene di junk food statunitensi.
Attraverso la rielaborazione di immagini del nostro quotidiano, Giannini ci restituisce una sua visione del mondo. In un ambiente espositivo intimo, che in passato fungeva da refettorio e oggi è adiacente a un ristorante, l’artista ha creato quattro micro-ambientazioni separate pur essendo fisicamente tutte unite e in relazione.
L’allestimento ha il suo baricentro nell’installazione che occupa la parte centrale della sala nella quale Fabrizio Giannini ha raggruppato quattro sedie e un tavolino vintage di colore bianco. Qui la struttura in metallo tubolare è reminiscente di quell’estetica architettonica high-tech che vede l’esempio più recente nella torre per i giochi olimpici di Londra 2012, realizzata dall’artista Anish Kapoor e dall’ingegner Cecil Balmond.
Fabrizio Giannini incorpora nell’insieme due grossi nuclei di patate già germogliate: un gesto voluto per evidenziare un’ambiguità visto che, attraverso il germoglio, la patata assume valenza di cibo tossico e pertanto non più commestibile.
Per l’artista il tempo di crisi in cui viviamo si manifesta in tre elementi precisi: una sedia capovolta a terra; il ritratto fotografico di Merkel, Berlusconi e Sarkozy; un video di fruizione meno palese che racconta, attraverso immagini in origine colorate e rielaborate in bianco e nero, lo scorrere del tempo in un mercato alimentare in Grecia.
Secondo Giannini è questo il tempo di “cancellare tutto, di cambiare completamente direzione”, come suggerisce nel titolo dell’installazione Let’s call the whole thing off .
In concomitanza con il finissage della mostra, mercoledì 24 ottobre alle 20.30, l’i2a propone inoltre una conferenza in italiano e francese con Laura Solari e Stéphane Robert. I due rappresentanti delle Edizioni Dasein (Parigi/Lugano), illustreranno l’evoluzione della loro pratica artistico-editoriale, compresa quella che coinvolge Fabrizio Giannini. Esposizione e conferenza sono un’opportunità unica per entrare in dialogo con uno dei nostri più validi artisti d’arte contemporanea.

 

GAIA REGAZZONI JÄGGLI © Riproduzione riservata «La Regione Ticino», 19.10.2012, p. 25.