I sotterranei dell'arte Involucro

 

Lo scorso 11 settembre si è inaugurata la seconda mostra curata da Boris Magrini per I sotterranei dell´arte. Magrini - già assistente di direzione presso la Kunsthalle di Friborgo, FRI-ART - è subentrato nel corso della scorsa primavera al fondatore del progetto, Nando Snozzi. Il titolo dell´esposizione, Involucro, mette subito l´accento sugli elementi che accomunano le ricerche dei tre artisti: il corpo e le molteplici mitologie a esso correlate.

Con questa sua seconda esposizione (Involucro, 11 sett. - 9 ott.), Boris Magrini si smarca in modo più netto dal vincolo che la storia dei Sotterranei dell´arte e delle precedenti esposizioni gli imponevano di osservare. Corre forse il rischio di apparire lezioso l´atteggiamento didattico adottato nella scelta dell´argomento. Quello del corpo come supporto per l´espressione artistica è infatti un tema che, a partire dalla body art storica, è assai noto all´arte contemporanea. L´argomento è ormai divenuto vastissimo, se non incontenibile, così che l´obbiettivo giustamente fissato da Magrini è quello di aprire alcune finestre sulle possibili variazioni che tale argomento ha potuto generare nelle nuove forme di figurazione. Pur appartenendo storicamente alla body art, il tema del corpo come ultima superficie espressiva e sensibile è infatti un territorio ancora aperto a molteplici speculazioni. Sarebbe superfluo citare in questo senso le più disparate esperienze, da Maurizio Cattelan a Ron Athey passando per Sarah Lukas, Santiago Sierra, Vanessa Beecroft e così via, se non per sottolineare che ognuno di questi artisti adotta procedimenti del tutto diversi per rapportarsi al corpo, e non necessariamente il risultato finale è quello di fare dello stesso una superficie prediletta di sperimentazione o un mezzo espressivo d´eccezione. Un articolo apparso su Flash Art (n.240 / giugno - luglio 2003, Luca Beatrice) si intitolava cinicamente Il corpo degli altri. Seppure in quel caso il riferimento fosse rivolto unicamente ad alcuni atteggiamenti controversi adottati dagli eredi della body art, la frase esprime con molta efficacia l´attuale decentramento dell´attenzione degli artisti, sempre più focalizzata sulla concezione di soggetti impersonali o perfino esplosi e frammentari. La funzione relazionale trasforma il linguaggio stesso in una questione estetica e assume il rapporto interpersonale come condizione necessaria per il completamento dell´opera: spesso le figurazioni che ne risultano attingono direttamente dall´esperienza personale dell´artista e dal ruolo attivo che questi vuole imporre al pubblico.

Il concetto espositivo elaborato da Boris Magrini è semplice, ma ben congegnato poiché lascia intendere proprio questo:
i lavori dei tre artisti occupano ognuno uno spazio ben distinto ed elaborano approcci per certi versi diametralmente opposti al tema indicato dal nome dell´esposizione.
Fabrizio Giannini ha disposto gli elementi della sua installazione nella grande stanza centrale: due panche in legno dal design assai spartano sembrano invitarci a sedere per meglio contemplare le due video proiezioni, ma in realtà queste non solo sono parte dell´installazione, bensì ricalcano fedelmente l´elementare modello di branda elaborato da un missionario europeo per supplire alla mancanza di letti negli ospedali di una città del Congo. Le proiezioni riproducono due elementari schermate nelle quali si sovrappongono frasi minacciose provenienti da occulte comunicazioni tra hacker contenute nei virus informatici che essi stessi mettono al mondo, e immagini della quotidianità in un villaggio africano non meglio identificato. Il corpo cui fa riferimento Giannini è quindi un corpo sacrificale, ma anche un corpo potenziale, lontanissimo e smaterializzato, diviso dall´enorme distanza che esiste tra un museo, un mouse e un villaggio africano. La concezione e l´uso che Jean-Luc Verna fa del corpo rappresentano l´estremo opposto rispetto a Giannini, tanto che i suoi slanci edonisti lo portano a dedicarsi a una pantomimica rappresentazione delle mitologie più disparate. Una serie d´immagini lo ritraggono nudo in posture vezzose che l´artista ha potuto riscontrare sia nelle pose di alcune rockstar che in quelle di personaggi provenienti dalla storia della pittura e divenute ormai patrimonio collettivo dell´intero occidente.
Julia Kälin, la più giovane dei tre artisti (*1977), lavora invece sul corpo in senso totemico trasferendo le proprie esperienze su un oggetto esterno e caricando quest´ultimo di potenziale espressivo. Lo spettatore può per esempio essere chiamato a diventare egli stesso la cavia di un esperimento basato su una sorta di stereo-sofferenza che consiste nel subire una cacofonica successione di suoni spiacevoli guardando negli occhi un attore sofferente sottoposto a uno dei più noti metodi di tortura cinese (tortura che consiste nel lasciar colare un´interminabile serie di gocce al centro del cranio della vittima immobilizzata). Allo stesso modo un pupazzo delle dimensioni di un bambino di un anno, riempito di una densa melma umida e colorata, è appeso a un gancio da macello in modo da innescare un lento e sofferente autodilaniarsi che sembra non avere mai fine, caricando di un inspiegabile pathos una scena in realtà anonima e priva di riferimenti specifici.

Noah Stolz, I sotterranei dell'arte - Involucro «Kunst-Bulletin», n. 11, 2005, pp. 39-40.

La creatività, fra tendenze e tradizione

Riflettendo sulla mostra che è stata allestita al Museo cantonale di Lugano

L’esposizione allestita dal Museo Cantonale d’arte a Lugano, con il sottotitolo « Uno sguardo sulla scena artistica emergente in Ticino » merita un’ulteriore riflessione. Effettivamente essa fornisce un’informazione su cosa sta accadendo a livello collettivo, le cose che tanti autori stanno facendo.

Tuttavia la denominazione «emergente » è difficile. Qualità che emerge sopra la qualità di altri? Oppure questo « emergente » dev’essere preso come uscire da ombrosa cantina per salire alla luce ossia essere evidenziato, essere manifestato? In realtà nessuno di questi artisti è alle prime armi. La loro età è in maggioranza attorno ai trenta o quarant’anni, ma anche sopra i cinquanta. Tutto il museo ha preso un aspetto di videogioco panoramico, i cui estremi, quanto al contenuto di pensiero, sono il ludico, il senso dell’assurdo, la tecnologia e la sua negazione, la società di massa e di nuovo la sua affermazione e negazione, il rapporto bivalente e contraddittorio con la natura, vicina e lontana assieme, conquistata e persa. La mostra, eterogenea nei temi e soprattutto nei mezzi usati, paradossalmente è riuscita pressappoco omogenea, perché almeno su un paio di questioni ha trovato unità:ad artisti differenti sono in comune l’uso di mezzi espressivi largamente diffusi nella seconda meà del secolo scorso, e la ricerca del rapporto tra uomo, tecnica e natura e tra uomo e civiltà circostante.

Sulle situazioni organizzative il giornale già ha riferito. Mettiamo comunque in risalto una domanda, che riguarda non qualche singolo artista o qualche opera, ma proprio l’insieme. Troviamo che sono assenti, nella rassegna, la pittura e la scultura, se non per qualche accenno subordinato ad altre funzioni. Vuol dire che in questa selezione il disegno, la pittura ecc.

non sono stati scelti? Oppure vuol dire che non in questa selezione, ma nella realtà del lavoro effettivamente eseguito dagli artisti il disegno e la pittura sono eliminati? La presentazione della mostra è arrivata fino alla soglia della domanda, ma la domanda non è stata pronunciata, e meno ancora è stata pronunciata la risposta. Intendiamoci: allestire una mostra di tendenza è sempre perfettamente lecito, vuol dire che la prossima volta sarà fatta emergere una tendenza diversa. In realtà a noi sembra che fra gli artisti al lavoro oggi nel vasto mondo, e che abbiano la medesima età dei quattordici qui presenti, sia facile reperire anche quelli che dipingono e scolpiscono. Significa mettere in chiaro il concetto di tradizione: una tradizione consolidata, visto che l’arte figurativa funziona da almeno quarantamila anni, dalla pittura paleolitica in caverna fino al luglio 2006. Ciò che è caduto e tramontato non è la tradizione, bensì il monopolio unilaterale della tradizione:questo sì. Nella realtà si continua anche a scolpire e anche a dipingere, e in più si sono aggiunte le nuove tradizioni:la fotografia, dall’ Ottocento; il montaggio di oggetti polimaterici e industriali; la videoarte. Tali tradizioni recenti sono cariche di potenzialità, e nessuno è in grado di fare un inventario preventivo di quanto possono offrire. Quanto al catalogo, osservo che esso stranamente contiene alcune incongruenze sia nel testo che nelle illustrazioni. Esempio testo:per la bella installazione di Fabrizio Giannini mette tra l’altro la frase «tamburellare delle dita sul bracciolo della poltrona». No. Solo a lenti intervalli un dito si solleva e riabbassa, con movimento estesi al polso e parte visibile dell’avambraccio.

Esempio illustrazione:per Laura Solari, che ha meritato il premio Migros di incoraggiamento artistico, l’illustrazione sul catalogo raffigura un oggetto simile a quello esposto nel museo – ma non è quello!

Ricordiamo gli altri artisti:Al Fadhil, immagini dall’ Iraq; Davide Cascio, collage e installazioni; Umberto De Martino, vita e morte non in sé ma nella percezione; Donato Di Blasi, oggetti in città; Ivana Falconi, opere poli-iconiche con polibambole; Luca Frei, acuminate foto seriali urbane; Prisca Groh, voci e immagini (mistiche) dall’ Iran; Andrea Gysin e Sidi Vanetti, palle da tennis fatte solo di dischi di luce videoacustici; Pritta Martikainen, trasformazione della natura in foto; Gian Paolo Minelli, varianti nuove tecnologicamente riattualizzate del mercato popolare (inconsapevolmente della Vucciria di Guttuso); Una Szeemann, plurifotocollage della fine di un criminale mercante di droga; Matteo Terzaghi e Marco Zürcher, citazioni acculturate in tono ironico critico e affettuoso.

Giuseppe Curonici

Corriere del Ticino 28.06.2006