Non solo involucro....
Il corpo secondo Giannini, Kälin e Verna nei Sotterranei di Monte Carasso

«Involucro»
Questo il titolo della mostra che, curata da Boris Magrini, viene inaugurata oggi alle 18.00 nello spazio d’arte contemporanea I Sotterranei dell’Arte dell’antico monastero delle agostiniane a Monte Carasso.
 Si tratta di un’esposizione originale che esplora tre orizzonti di rappresentazione del corpo attraverso le opere di due artisti svizzeri e un artista francese: Fabrizio Giannini, Julia Kälin, Jean- Luc Verna.
Sulle pagine delle riviste people e di tendenza, durante un concerto rock o uno spettacolo di danza e attraverso tutti i tubi catodici del pianeta, il corpo è presente ovunque. Piuttosto, il corpo è rappresentato ovunque. Esso è considerato da secoli e in svariate culture come il semplice involucro biologico capace di ospitare le entità viventi. Esso rimarrà nell’immaginario, nonostante l’evoluzione delle posizioni filosofiche e scientifiche attuali, come l’elemento deperibile della coppia anima e corpo. Questo modello è tuttora attuale, sebbene le possibilità di metamorfosi offerte dall’involucro si siano moltiplicate grazie alla chirurgia estetica, il body building, le cure dimagranti, e, ancora, alla creatività della cosmetica, le stravaganze delle street parade e le tecniche del tatuaggio e del piercing. Nel corso dei secoli, gli artisti hanno saputo esplorare il corpo al di là dei tabù e dei preconcetti.
Esaltato, distorto, perfezionato e commercializzato, il corpo umano è ancor più un orizzonte flessibile e malleabile. Ma forse è piuttosto nelle arti che il corpo ha trovato gli interpreti capaci di valutarlo e celebrarlo. Dai primi studi anatomici svolti durante il Rinascimento alle deformazioni eroiche del Manierismo e del Barocco fino alle azioni performative radicali degli anni settanta, gli artisti hanno saputo esplorare il corpo al di là dei tabù e dei preconcetti. La produzione pubblicitaria e il cinema hollywoodiano magnificano il corpo senza necessariamente rendergli onore, moltiplicando al contempo i riferimenti secondo gli imperativi economici.
In questo labirinto di raffigurazioni, Involucro intende esplorare tre orizzonti di rappresentazione del corpo proprio attraverso  le opere di tre artisti.

Conosciuto per i suoi lavori sui logotipi di alcune grandi compagnie commerciali, logotipi che l’artista ha ricomposto utilizzando dei testi critici contro le compagnie stesse, Fabrizio Giannini ( Lugano, 1964) si interessa più recentemente al fenomeno degli hackers e dei virus informatici. Attraverso le immagini e le installazioni realizzate per l’esposizione, l’artista confronta due realtà distinte: la realtà dei paesi più poveri dove virus e guerre agiscono spietatamente sul corpo umano, e la realtà occidentale dove i virus informatici e la guerra tra hackers rivali sembrano piuttosto i capricci di una classe privilegiata, la quale detiene comunque il potere di influenzare il destino economico e sociale del mondo. 

Julia Kälin
( Aarau, 1977) presenta, con i suoi video e le sue trasudanti installazioni, un corpo esploso e torturato dal costante rapporto di forza con la natura, il cibo, la  città e gli altri. Vera e propria membrana permeabile, il corpo descritto da Kälin agisce come un filtro tra interno e esterno, tra l’individuo e il mondo. L’artista costruisce prevalentemente le sue opere con sostanze organiche deteriorabili al fine di evocare la materialità e la temporaneità di un corpo sul quale lo spettatore può proiettare le proprie esperienze individuali.

Più eclettico e onirico è invece il corpo inventato da Jean- Luc Verna
( Nizza, 1966), il quale ci introduce in un universo in costante opposizione ai modelli convenzionali.
Ispirandosi nel contempo a Ingres, a Marguerite Duras e a Siouxsie and the Banshees, Verna congiunge elegantemente la cultura tradizionale con quella underground, la cultura popolare con quella elitaria. I suoi disegni, risaltati con cipria e altri prodotti cosmetici, danno vita a creature ibride, icone e vanità che svelano le nostre pulsioni, le nostre paure e i nostri sogni.

Paola Pettinati, Non solo involucro, «La Regione», 10.9.2005, p. 28.


Mydoom into the skynet, Fabrizio Giannini, 2005

Lo scorso 11 settembre si è inaugurata la seconda mostra curata da Boris Magrini per I sotterranei dell´arte. Magrini - già assistente di direzione presso la Kunsthalle di Friborgo, FRI-ART - è subentrato nel corso della scorsa primavera al fondatore del progetto, Nando Snozzi. Il titolo dell´esposizione, Involucro, mette subito l´accento sugli elementi che accomunano le ricerche dei tre artisti: il corpo e le molteplici mitologie a esso correlate.

Con questa sua seconda esposizione (Involucro, 11 sett. - 9 ott.), Boris Magrini si smarca in modo più netto dal vincolo che la storia dei Sotterranei dell´arte e delle precedenti esposizioni gli imponevano di osservare. Corre forse il rischio di apparire lezioso l´atteggiamento didattico adottato nella scelta dell´argomento. Quello del corpo come supporto per l´espressione artistica è infatti un tema che, a partire dalla body art storica, è assai noto all´arte contemporanea. L´argomento è ormai divenuto vastissimo, se non incontenibile, così che l´obbiettivo giustamente fissato da Magrini è quello di aprire alcune finestre sulle possibili variazioni che tale argomento ha potuto generare nelle nuove forme di figurazione. Pur appartenendo storicamente alla body art, il tema del corpo come ultima superficie espressiva e sensibile è infatti un territorio ancora aperto a molteplici speculazioni. Sarebbe superfluo citare in questo senso le più disparate esperienze, da Maurizio Cattelan a Ron Athey passando per Sarah Lukas, Santiago Sierra, Vanessa Beecroft e così via, se non per sottolineare che ognuno di questi artisti adotta procedimenti del tutto diversi per rapportarsi al corpo, e non necessariamente il risultato finale è quello di fare dello stesso una superficie prediletta di sperimentazione o un mezzo espressivo d´eccezione. Un articolo apparso su Flash Art (n.240 / giugno - luglio 2003, Luca Beatrice) si intitolava cinicamente Il corpo degli altri. Seppure in quel caso il riferimento fosse rivolto unicamente ad alcuni atteggiamenti controversi adottati dagli eredi della body art, la frase esprime con molta efficacia l´attuale decentramento dell´attenzione degli artisti, sempre più focalizzata sulla concezione di soggetti impersonali o perfino esplosi e frammentari. La funzione relazionale trasforma il linguaggio stesso in una questione estetica e assume il rapporto interpersonale come condizione necessaria per il completamento dell´opera: spesso le figurazioni che ne risultano attingono direttamente dall´esperienza personale dell´artista e dal ruolo attivo che questi vuole imporre al pubblico.

Il concetto espositivo elaborato da Boris Magrini è semplice, ma ben congegnato poiché lascia intendere proprio questo:
i lavori dei tre artisti occupano ognuno uno spazio ben distinto ed elaborano approcci per certi versi diametralmente opposti al tema indicato dal nome dell´esposizione.
Fabrizio Giannini ha disposto gli elementi della sua installazione nella grande stanza centrale: due panche in legno dal design assai spartano sembrano invitarci a sedere per meglio contemplare le due video proiezioni, ma in realtà queste non solo sono parte dell´installazione, bensì ricalcano fedelmente l´elementare modello di branda elaborato da un missionario europeo per supplire alla mancanza di letti negli ospedali di una città del Congo. Le proiezioni riproducono due elementari schermate nelle quali si sovrappongono frasi minacciose provenienti da occulte comunicazioni tra hacker contenute nei virus informatici che essi stessi mettono al mondo, e immagini della quotidianità in un villaggio africano non meglio identificato. Il corpo cui fa riferimento Giannini è quindi un corpo sacrificale, ma anche un corpo potenziale, lontanissimo e smaterializzato, diviso dall´enorme distanza che esiste tra un museo, un mouse e un villaggio africano. La concezione e l´uso che Jean-Luc Verna fa del corpo rappresentano l´estremo opposto rispetto a Giannini, tanto che i suoi slanci edonisti lo portano a dedicarsi a una pantomimica rappresentazione delle mitologie più disparate. Una serie d´immagini lo ritraggono nudo in posture vezzose che l´artista ha potuto riscontrare sia nelle pose di alcune rockstar che in quelle di personaggi provenienti dalla storia della pittura e divenute ormai patrimonio collettivo dell´intero occidente.
Julia Kälin, la più giovane dei tre artisti (*1977), lavora invece sul corpo in senso totemico trasferendo le proprie esperienze su un oggetto esterno e caricando quest´ultimo di potenziale espressivo. Lo spettatore può per esempio essere chiamato a diventare egli stesso la cavia di un esperimento basato su una sorta di stereo-sofferenza che consiste nel subire una cacofonica successione di suoni spiacevoli guardando negli occhi un attore sofferente sottoposto a uno dei più noti metodi di tortura cinese (tortura che consiste nel lasciar colare un´interminabile serie di gocce al centro del cranio della vittima immobilizzata). Allo stesso modo un pupazzo delle dimensioni di un bambino di un anno, riempito di una densa melma umida e colorata, è appeso a un gancio da macello in modo da innescare un lento e sofferente autodilaniarsi che sembra non avere mai fine, caricando di un inspiegabile pathos una scena in realtà anonima e priva di riferimenti specifici.

Noah Stolz, I sotterranei dell'arte - Involucro «Kunst-Bulletin», n. 11, 2005, pp. 39-40.