Fabrizio Giannini alla galleria Palladio a Lugano

Figuratività e discontinuità

Nel suo lavoro immagini e calligrammi elaborati

( Corriere del Ticino, 3 luglio 2003)
Giuseppe Curonici

Carica di immagini nettamente descrittive, la mostra di Fabrizio Giannini alla Galleria Palladio suscita una percezione di contatto immediato con la realtà e nello stesso tempo un senso di sospensione, come se tutto quello che capita nel vasto mondo fosse nello stesso tempo affermato e negato. Immagine descrittiva o figurativa significa: rappresentazione di un oggetto in modo tale che esso sia riconoscibile. Nella mostra di Giannini troviamo subito il ritratto, un volto visto frontalmente. Un prato con alcune case. Un segmento di paesaggio osservato dall’automobile.
Un profilo di edifici. Un’insegna o un’iscrizione pubblicitaria: anche arnesi di questo genere, inclusa la grafia in stampatello o in corsivo del nome di una ditta, sono oggetti visibili che fanno parte della percezione comune, e rientrano senza ostacoli nel repertorio di un artista il quale si esprime a partire da ciò che ha guardato.
Teniamo presenti le avanguardie artistiche di tutto il Novecento, di cui siamo eredi ravvicinati. Non esiste opposizione tra arte d’avanguardia e innovatrice da una parte, e arte figurativa dall’altra, per varie ragioni, di cui la più importante è che alcuni degli artisti più fortemente innovatori, più addentro nelle proposte contemporanee, erano nettamente figurativi e fra loro diversissimi. Nell’arte italiana, basti dire Sironi, oppure De Chirico; in un diverso e successivo contesto, scultori quali Marini o Manzù o il neoclassico Messina. L’arte figurativa si è dimostrata incancellabile, accanto alle altre correnti. Faccio ancora quattro citazioni: la Nuova Oggettività tedesca; il realismo sociale tipo Guttuso; Balthus; la pop- art come in Lichtenstein.
Sennonché, nella sua incessante fertilità la tradizione figurativa non è mai soltanto un fatto abituale, perché si rinnova continuamente. A volte accade che tradizioni antiche vengano riattualizzate con effetto di forte novità, mediante l’accostamento o la combinazione o la rielaborazione con risorse tecniche recenti, come fino a pochi decenni or sono non si potevano ottenere. Sono tali i casi in cui vediamo intervenire l’immagine elettronica o la grafica dell’elaboratore ( quell’oggetto che altri chiamano computer, in francese si chiama ordinateur, in italiano elaboratore). Tale premessa ci serve a comprendere le opere di Fabrizio Giannini. Per quanto riguarda i rapporti e la diffusione nel pubblico, movimenti artistici come il suo non sono usuali.
Ecco perché, allo scopo di intenderci meglio, abbiamo dovuto far vedere che i recenti rami sono saldamente innestati nell’immmane albero del lavoro figurativo; e che proprio da esso sorge la giustificazione delle odierne proposte.
Continuo o discontinuo? Cosa vuol dire? Una pennellata di colore all’acquerello che liquidamente si scioglie e prosegue per indiscernibili sfumature nel colore successivo, ci fa comprendere che cosa significa sviluppo continuo. Nella tradizione antica, il discontinuo ci veniva dato dalla costruzione a tasselli come nell’intarsio, o a tessere come nel mosaico. Tutto questo oggi è radicalmente rinnovato dalle scansioni elettroniche e dai reticoli di unità puntiformi delle tecniche grafiche. Nel medesimo tempo, la percezione d’assieme è sempre anche una realtà continua: quando Giannini ci mostra un panorama di grattacieli, dove l’iniziale immagine attraverso elaborazioni fotografiche o elettroniche è analizzata in unità puntiformi, noi in un atto vediamo l’immagine di un tutt’uno. Ma a ben guardare, e qui siamo al centro del discorso visivo di Giannini, i due modi di vedere vengono proposti uno dentro nell’altro: in conclusione, i suoi personaggi sono simultaneamente unitari e disgregati; sono continui e discontinui; sono confermati e disconfermati; sono sintetici e analitici. A noi sembra che questa dialettica visiva finisca con l’essere portatrice di qualcosa di più profondo e perfino più pericoloso. Il mondo intero, o il vissuto intero che noi abbiamo del mondo, è relativizzato nella sua essenza: perché nel medesimo tempo si aggrega e si disgrega, consiste e desiste, esiste e non esiste. Una volta compreso ciò, sentiamo che l’esposizione di Giannini è attraversata da un soffio leggero multicolore gradevole ma agghiacciante, un allarme esistenziale, che ci avverte: la solidità del tuo mondo è apparente, non puoi dimostrare fin dove arriva e quanto tempo dura, e tu per il momento hai consistenza e stai assieme, ma potresti dissolverti. Anche dietro la nozione secondo cui la realtà è discontinua e puntiforme, la tradizione culturale è molto estesa, risale per lo meno a duemilaquattrocento anni fa, ossia alle dottrine dell’atomismo di Democrito. Con una differenza essenziale e storica. Ai tempi di Democrito, era una speculazione filosofica per addetti ai lavori.
Oggi è legata all’effetto dei mass- media e all’elettronica, può riguardare gli oggetti ma soprattutto le immagini degli oggetti, e diventa un argomento di pubblico dominio. Qui ancora una volta l’invenzione artistica assume la sua funzione culturale ed etica: intensificare la consapevolezza, rafforzare la vita interiore, mediante emozione e fantasia che si applicano alla vita reale.
Un altro aspetto del rinnovamento della figurazione, anche attraverso la ripresa di tecniche inaspettate, è quello del carme figurato. Nei primi decenni del Novecento, le Tavole Parolibere dei futuristi o le poesie intitolate Calligrammi di Apollinaire offrivano pagine in cui lettere e parole erano disposte in modo da tracciare un disegno. Il procedimento noto nell’antichità e nel medioevo ( il caso vuole che il maggior specialista della questione sia stato un grande filologo ticinese: Giovanni Pozzi, La parola dipinta, Milano Adelphi 1981) è stato rinnovato fino alla cosiddetta poesia visiva recente.
Giannini con alfabeti di elaboratore ha « dipinto » vari ritratti; ma con lo stesso metodo ha affrontato temi moralmente e ideologicamente più complessi, adottando un logo pubblicitario, realizzandolo visivamente con gli alfabeti, e distruggendolo concettualmente per il fatto che le lettere a loro volta costituiscono un testo critico o demistificante. Così il pensiero è visualizzato dentro gli oggetti visti.


Senza titolo, dalla serie Suomi, 2003

Il mondo visto da Fabrizio Giannini

‘Lo schermo e la porta’ alla Galleria Palladio fino a fine giugno

di Claudio Guarda
( La regione, 11 giugno 2003)

Quando uno entra in una galleria e la prima cosa che vede o legge è la notissima firma di Walt Disney oppure il logo della Nike, sempre leggeri ed eleganti, ingigantiti su un grande foglio bianco, riprodotti graficamente al computer con quelli che sembrano un’infinità di numeri e lettere combinati insieme, allora la prima cosa che pensa è che qui siamo ancora in un ambito di contaminazioni linguistiche e di intendimenti estetici che vanno dal new- dada- pop alla computer art. E la memoria corre subito a certe marche o a precise immagini pubblicitarie ambiguamente messe in scena da Andy Warhol e dai popartisti, vede riproporsi le problematiche connesse all’uso straniante dell’oggetto commerciale o del logo, all’assunzione del ‘ ready made’ da Duchamp in giù, alla spersonalizzazione e alla morte dell’arte… Ora, che l’opera di Fabrizio Giannini si collochi dentro questo solco di   assunzione e manipolazione del già dato, su questo non c’è dubbio: ma come per chiunque altro, anche nel caso suo occorre individuare quale spazio di manovra e di identificazione egli si ritagli dentro questo campo che per un verso vede l’espansione massiccia del proprio raggio di applicazione, ma che dall’altro rischia anche sempre più di sconfinare e appiattirsi nell’eleganza grafica o nel piacere ludico.
Una prima risposta la si ha quando ci si rende conto che quella firma come altri loghi, ottenuti mescolando – apparentemente a caso – un’infinità di lettere, in realtà costituisce un testo coerentemente strutturato e dotato di senso che corre su linee orizzontali e parallele: siamo quindi di fronte ad un calligramma di apollinairiana memoria dove, al disegno della forma, si abbina la dichiarazione di uno scritto: anzi, dove l’eleganza e la notorietà di un logo su un grande schermo di foglio bianco è tutt’uno con quelle parole che lo  disegnano e lo sostanziano. Lo stupore si ha quando ci si rende conto che quei testi sono esplicite parole di denuncia – ritrovate in Internet – sullo sfruttamento minorile o sull’inquinamento ambientale strettamente legati alla logica del profitto di quelle stesse grandi multinazionali. È qui che il cerchio si chiude: perché di colpo si ha la sensazione viva e  straniante dell’ossimoro, perché il fascino e le memorie legate a quei nomi o a quei loghi di colpo si mescolano e co- fondono con il sentimento uguale e contrario del cinico calcolo affaristico: perché se da una parte quei loghi adescano nella finezza ed eleganza della loro realizzazione grafica, sollecitano memorie di momenti piacevoli, esercitano   connotazioni di identificazione, seduzione e di potenza, dall’altra ci si presentano nella crudità del loro risvolto manageriale, nella logica del profitto e del business. E qui ci si sente di colpo fare strame anche di noi, dei nostri ricordi, di qualcosa che credevamo appartenesse alla nostra sfera interiore.
Non può non esserci un implicito giudizio in tutto questo, credo però che l’intento di Giannini sia quello di tirarsene fuori, come dire io non dico né commento niente, compongo e combino solo, tutto quel che uso è già tutto dato, è già tutto noto, è già tutto apparso per le strade, sui giornali, dentro Internet. In questo guazzabuglio che è il nostro mondo dove tutto vive e convive, tutto nasce e muore nello stesso tempo, tutto si dà e non si dà nello stesso tempo, Giannini si limita a estrapolare e mettere insieme: direi che la sua poetica si limiti a registrare una pluralità di situazioni o momenti, lasciando poi all’osservatore trarre le sue  conclusioni, coglierne incongruenze e paradossi. Sarà più facile, allora, una volta calati lì dentro e guardato il mondo da quest’angolo prospettico, cogliere lo spirito della sua altra produzione, per esempio la selezione e l’accostamento di immagini ritrovate or qui or là, in situazioni completamente diverse e disparate, ma che selezionate ed accostate adesso vengono a costituirsi come un filo dotato di senso e di intendimento: l’emarginazione e la povertà sotto i segni imperanti del benessere e dell’eros, la tecnologia avanzata e la regressione, i volti anonimi di belle ragazze fatti di numeri e lettere non diversamente da qualsiasi altro oggetto o paesaggio fatto al computer: il cui linguaggio diventa il segno di un’assimilazione e di una identificazione regressiva dove tutti si adattano alla potenza del nuovo linguaggio, e dove il nuovo linguaggio assimila e converte tutto, livellando le identità e omogeneizzando ogni cosa.

 
Senza titolo, dalla serie Suomi, 2003