Levigare i confini
Testo critico della mostra “Schlosshotel Pension Riviera” di Fabrizio Giannini Rita Selvaggio
Fondazione La Fabbrica del Cioccolato
26 Novembre 2016 – 25 Febbraio 2017


È sin dagli esordi che Fabrizio Giannini cerca di raccogliere materiali eterogenei e non convenzionali attraverso una pratica che, a ritroso negli archetipi dell’immaginario, esemplifica agli occhi scenari artificiosi come pure orizzonti più o meno esotici colti in un processo di ibridazione. Movimenti, gesti e materiali, accostamenti e sovrapposizioni, producono nei suoi lavori micro trasformazioni capaci di narrare cosa avviene nello scambio relazionale degli elementi. Lo sguardo combina così una molteplicità composta da un certo numero di variazioni intensive e inseparabili e, ogni immagine, frammentaria e frammentata, perde la memoria delle sue origini proprio perché i suoi stessi contorni non coincidono. Essa è il margine, la configurazione o, più semplicemente, la costellazione di un evento a venire. Nei lavori presentati in questa occasione, Giannini si rapporta ad un paesaggio ricomposto con elementi estranei ma intenzionali e la cui incorporazione non concerne soltanto modalità visive, il campo del virtuale o, molto più semplicemente un’essenza, ma riguarda invece l’esperienza e la soggettività. Il “fuori” dell’artista si concede infatti come manufatto costruito dall’umano, brani di paesaggio “forestiero” seminati tra le valli delle Alpi Lepontine, cliché di un altrove lontano che diventano immediatamente vicini.  Qual è il confine tra gli uni e gli altri?
Servendosi di un’ampia varietà di media, dall’immagine in movimento alla stampa su alluminio, dal collage alla foto e all’installazione, l’artista cerca proprio di percepire le modalità con cui levighiamo i confini, di far intravedere le interconnessioni che rendono evidenti gli effetti della globalizzazione e della digitalizzazione.  Lembi, vettori e rilievi, punti e contrappunti, dissolvono le identità di luoghi e soggetti e sottolineano al contempo le variazioni subite dal paesaggio. Gli eventi delle immagini infatti, assecondando la logica della causalità e il principio del riverbero, hanno per referenza tanto la teoria delle mescolanze quanto un procedimento che non lascia residui. Schlosshotel Pension Riviera, scelto come titolo della mostra, oltre a riferirsi enigmaticamente a un elemento autobiografico, è emblematico di una certa idea di esotismo che, nel secolo scorso, invade e reinventa il paesaggio ticinese con l’immaginazione della gente del Sud e che fa di questo luogo uno spazio di continuo attraversamento distinto da un nuovo regime di visibilità. Il senso si dà per allusione, è presente nonostante innominato e sotterraneo, eterogeneo e tuttavia inscindibile. Nel lavoro di Giannini ricorre spesso l’icona della palma, elemento dell’immaginario collettivo, quasi ad inseguire oggi il vecchio sogno dell’orto botanico.  L’idea di coltivare piante non autoctone, vale a dire non originarie del luogo, risale in verità a molto lontano. Si afferma soprattutto a partire dal 1506, quando fu fondato il giardino fisico di Pisa. Le nuove piante arrivavano in Europa dal “Nuovo Mondo”, dall’estremo
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www.lafabbricadelcioccolato.ch
Oriente e dall’estremo Occidente e medici, botanici e speziali, speravano di farle crescere in un ambiente europeo e di utilizzarle come medicinali. Veniva chiamato giardino fisico, perché il termine antico per medicina era proprio “fisica”. 
Il Ticino, terra d’esilio già nel XIX secolo, nel lavoro di Fabrizio Giannini, appare così una sorta di isola connessa a varie trasformazioni globali, dove i saperi locali entrano in contatto e/o in conflitto con un sistema complessivo. Un luogo chiave grazie alla sua fragilità e importanza ambientale che, da un’immagine all’altra, dal percettivo al possibile, decodifica uno spazio di coltura per la contemporaneità e le sue illusioni.


Rita Selvaggio

THE PALM AT THE END OF THE MIND
a cura di Rita Selvaggio con la collaborazione di Diego Cassina
dall'8 giugno al 30 settembre 2016

Testo critico.
Nell’ultima serie di lavori di Fabrizio Giannini, la palma è un elemento iconografico che l’artista sovrappone all’immagine di note opere d’arte riprodotte sulle pagine sottratte a cataloghi d’asta. E’, quello di Giannini, un fare che procede per azzeramento e per progressive desertificazioni di codici rituali e dei loro successivi ritorni. L’artista ci introduce nel campo vastissimo del possibile per cui l’unica realtà dell’immagine può essere solo quella della sua possibilità. Si tratta di un’opera che si amplifica e si estende oltre il confine dello sguardo, e che propone “idee figurate” secondo una dialettica di trasparenza e riflessione che sembra non potersi separare da una sovversiva ed etica ricerca del fondamento. Quando nella percezione del reale, questo non è in grado di valere come tale, si rende necessario dargli un secondo senso per impedire la dissipazione di ogni senso e l’intrusione del non senso.
La palma, in questo caso, è un’immagine aperta al gioco delle direzioni di senso, consegnata alle sue metafore spaziali. Simile all’intenzione emblematica, essa tiene sospeso il suo oggetto in un vuoto semantico.
La palma, pianta autoctona, è stata portata in Svizzera dai tedeschi al tempo in cui, per i turisti della prima ora intrisi di sensibilità romantica, le montagne alpine e i laghi prealpini acquisiscono una valenza del tutto eccezionale. A tal proposito, i modelli di riferimento in voga tra il diciottesimo e la prima parte del ventesimo secolo, si fondavano sull’esemplare urbanistico della “città per stranieri al Sud” come Hermann Hesse aveva definito una sorta di città ideale della regione dei laghi. La palma è oltretutto una pianta proibita in Svizzera, come ricorda lo stesso Giannini, perché considerata invasiva ed inserita nella lista di questa tipologia. Un elemento, estraneo ad una situazione e ad un luogo, paragonabile, come sottolinea lo stesso artista, a quello che in ambito informatico corrisponde al “virus”. La recente ricerca di Giannini continua a perseguire infatti un serrato dibattito con la sfera dell’informatica e della comunicazione e l’icona della palma viene interpretata in questo ambito come un elemento che fa parte dell’immaginario collettivo.

 


Rita Selvaggio